Alfred Tomatis è nato a Nizza nel 1920. È dottore in medicina della Facoltà di Parigi, otorinolaringoiatra e specialista dei disturbi dell’udito e del linguaggio. Fin dal 1947 ha intrapreso ricerche nel campo dell’audiologia e della fonologia. Ha formulato un certo numero di leggi che portano ormai il nome di Effetto Tomatis.

Il Dottor Tomatis ha creato un insieme di tecniche di educazione e rieducazione che vengono applicate in 180 centri distribuiti in tutto il mondo e riuniti in una rete internazionale. Egli dirige oggi un importante dipartimento di ricerca sull’orecchio e il cervello. Autore di numerosi articoli e opere scientifiche, ha pubblicato recentemente un libro sull’ascolto prenatale intitolato «Nove mesi in paradiso», un altro sull’apprendimento delle lingue «Siamo tutti nati poliglotti», e nello stesso tempo un’opera su Mozart «Perché Mozart?».

EQUILIBRIO E YOGA: IL RUOLO DELL’ORECCHIO INTERNO

Lo Yoga conduce in ultima istanza alla conoscenza del sé inserito nel Cosmo. Esso risponde alla ricerca delle leggi che ne regolano le relazioni. Ciò significa che esso conduce alla perfetta coscienza dell’uno e dell’altro.

Questi legami esistono evidentemente di per sé. Tuttavia non vengono affatto percepiti di primo acchito. Per questo solo assai raramente vengono colti. L’uomo perviene a questo piano di pienezza, spesso dopo un lungo cammino. Dovrà attendere che le chiavi del cielo gli siano consegnate.

In effetti, se è vero che il bambino conosce l’essenza di tutte le cose ancor prima di nascere, non è meno vero che il suo immergersi nell’immensità dell’universo occulta, fin dalla nascita, la realtà di queste evidenze ontologiche. D’ora innanzi egli sarà dipendente dall’ambiente in cui lo confina la sua appartenenza familiare, culturale e sociale.

La percezione dell’unione intima con la Creazione resta il filo d’Arianna dell’Essere in cerca della verità rivelata. Si ricorda Davide che esprime in modo sublime la presenza manifestata del suo Dio, il Creatore dell’Universo, e Socrate che insegna sull’Agorà come accedere alla conoscenza di sé affinché la realtà del Cosmo si cristallizzi nella coscienza umana.

Lo Yoga, da millenni, pretende di accedere agli stessi risultati attraverso un approccio del tutto diverso. Se la percezione dell’immanenza ha condotto i figli di Abramo a sentire l’obbligo di obbedire alle esigenze sancite nella Torah, se l’implacabile logica dei Greci ha conferito loro la possibilità di oggettivare l’uomo come una inclusione cosmica, il pensiero indiano, dal canto suo, percorre diverse vie per pervenire in definitiva al medesimo scopo. Ciascuna di esse ha il vantaggio di rispondere alle potenzialità inerenti ai differenti temperamenti. Così il Bhakti Yoga sarà direttamente adottato dall’intuitivo, il Jnâna Yoga dall’intellettuale; infine, tra molte altre forme, l’Hatha Yoga, in realtà il più diffuso, percorre la via somatica per scoprire le connessioni intime che legano l’universo al corpo dell’uomo.

È di quest’ultimo che tratteremo in modo del tutto particolare in questo articolo, tenendo conto del fatto che gli altri approcci utilizzano, in realtà, gli elementi fondamentali dell’Hatha Yoga. Pur senza esserne la base, questo resta nondimeno intrecciato all’insieme delle differenti tecniche che riguardano lo Yoga.

L’uomo, da un certo punto di vista, è un insieme neurologico. Pertanto l’Hatha Yoga può essere considerato come qualcosa che sfrutta in qualche modo le risorse del sistema nervoso. Lo è tanto più in quanto la partecipazione corporea vi è essenziale. Per di più, ciò che concerne i movimenti e la statica dipende dall’apparato di equilibrazione, ossia dall’orecchio interno e dalla rete neuronale che vi è connessa.

L’ORECCHIO INTERNO: LA SUA FORMAZIONE E IL SUO RUOLO NELLA VERTICALIZZAZIONE

L’orecchio interno è un complesso denominato anche labirinto membranoso.

[Fig. 1 — Orecchio interno]

Esso è racchiuso in un guscio denso come l’avorio: il labirinto osseo. In funzione dell’evoluzione filogenetica, questo organo raggiunge una configurazione di apparenza complicata. Tuttavia è facile studiarlo se ci si sottrae per un certo tempo all’influsso riduzionistico degli anatomisti. In effetti, spesso, per loro intervento, ogni visione globale corre il rischio di scomparire.

È così che l’orecchio interno beneficia di una struttura evolutiva che si è messa in atto nel corso dei tempi per rispondere alle necessità del momento. Ciascuno degli stadi di questa progressione segna una tappa nella dinamica della cinetica che, come si sa, sfocia nell’uomo, in fase terminale, nella stazione eretta e nella deambulazione bipede. La verticalità realizza il suo compimento all’apparire della destrità specifica indotta dal linguaggio.

È così che l’utricolo succede alla linea laterale dei pesci inferiori e assicura l’orizzontalità. Aggiungendovisi i canali semicircolari, che sono in numero di tre: l’esterno, poi il superiore e infine il posteriore nell’ordine della loro rispettiva comparsa, esso consente alle annullazioni spaziali, durante gli spostamenti, di essere così facilmente controllate nei pesci superiori. Più tardivamente, il sacculo farà la sua entrata in scena e la corsa verso la verticalità avrà inizio, segnando ormai la liberazione della testa rispetto alla nuca negli anfibi e nei batraci. In ultima istanza, la coclea generata in due tempi si caratterizza per la lagena, in un primo momento andando di pari passo con l’allungamento del collo negli uccelli e, per finire, con la coclea propriamente detta, nei mammiferi.

Conviene notare di sfuggita un dettaglio di rilievo, quello della progressione congiunta del sistema nervoso. In effetti, mentre l’orecchio procede ai suoi accrescimenti successivi, il sistema nervoso e in particolare il cervello raggiungono una complessità sempre più esponenziale.

Le conseguenze dell’acquisizione della verticalità sono considerevoli. In effetti, l’uomo dotato di parola si erige come un’antenna in ascolto dell’universo che senza posa lo interpella. Da quell’istante egli è chiamato in causa. Il suo sentimento di appartenenza al grande tutto si afferma, mentre incontra il macrocosmo attraverso il microcosmo che lo costituisce.

Grazie a questa postura verticale, egli conoscerà la fusione di tutto ciò che è cosmico con il proprio corpo. Sentirà con certezza che l’energia che sostiene e anima l’universo lo invade e lo attraversa, introducendo in tal modo una straordinaria comunicazione. Questo «dialogo energetico» sarà tanto meglio istituito quanto più la rettitudine corporea sarà raggiunta e conservata, e quanto più sarà stata definitivamente integrata.

Spetta dunque al vestibolo membranoso realizzare nell’uomo la verticalità. In effetti, l’orizzontalità iniziale, osservata nella stirpe dei pesci, persisterà a livello della posizione della testa, quando l’utricolo si troverà esso stesso situato su un piano orizzontale. Più tardivamente, il sacculo avvierà il processo di verticalizzazione propriamente detto. Si intuisce l’enorme trasformazione anatomica che presiede a questa vera e propria «trasfigurazione posturale». Memorie arcaiche faranno riemergere nel «corpo evolutivo» reminiscenze anteriori tanto minerali e vegetali quanto animali. Esse risaliranno alla notte dei tempi e avranno come origine l’inizio del mondo. L’uomo è in «memoria eterna», canta il salmista.

L’EQUILIBRIO NELLE ASANA

L’Hatha Yoga reimmerge in questo processo evolutivo colui che vi si dedica, con lo scopo essenziale di scoprirvi la via d’uscita verso la «realizzazione» che taluni denominano anche la «liberazione».

A ben guardare, questo procedimento segue assai fedelmente la disposizione degli elementi atomici costitutivi dell’universo stesso in un cristallo organico che non è nient’altro che l’uomo fatto per l'80% di acqua e per il 20% di sali minerali.

Tutto è equilibrio nelle molteplici asana proposte al discepolo. Per questo uno studio più approfondito dell’apparato vestibolo-cocleare mi sembra, se non indispensabile, in ogni caso assai utile per coloro che amano comprendere i meccanismi neurofisiologici chiamati in causa durante gli esercizi che accompagnano il cammino yogico. Dire che vi è equilibrio significa indicare che vi è movimento. Non si tratta di un semplice paradosso. L’immobilità non esiste se non in rapporto alla mobilità stessa. In ciò, l’equilibrio e in particolare la verticalità, così come gran parte delle asana, costituiscono uno stato instabile che richiede una vigilanza permanente e per questo esige una particolare attività del labirinto membranoso. Di più, i movimenti relativi di ciascuno dei segmenti delle membra corporee si trovano ad essere controllati dal medesimo organo.

La coscienza del corpo è in gran parte centralizzata sulla conoscenza somatica generata a livello dei muscoli, dei tendini, delle articolazioni, dei legamenti e delle ossa. Vi si aggiungeranno altre percezioni più sottili, cutanee per esempio. Le prime, profonde, sono dette protopatiche quando determinano la sensibilità denominata, a torto secondo il nostro punto di vista, inconscia. Le seconde, in linea generale più periferiche, sono designate come epicritiche. I termini di protopatico ed epicritico sono significativi rispetto al grado di percezione.

Per cogliere la globalità dei fenomeni che entrano in gioco nelle regolazioni che determinano le posture e più specificamente la verticalità, si mette in atto una sistemica cibernetica. È evidente che il cervello è coinvolto in totalità (come lo è il corpo) per altro verso, lasciando beninteso attività preponderanti a certi settori del sistema nervoso corrispondenti alle zone corporee impegnate.

I SISTEMI RESPONSABILI DELL’EQUILIBRIO: GLI INTEGRATORI

L’orecchio interno comprende gli elementi maggiori che permettono di stabilire questa dinamica cerebrale. In effetti, la complessità di quest’ultima, con i suoi cento miliardi di neuroni associati, può essere agevolmente studiata grazie alla messa in evidenza di territori ben definiti dalle funzioni stesse del labirinto membranoso. Così due «integratori» raggruppano da soli le attività più elevate della struttura umana. L’uno regge la sensibilità protopatica, l’altro la sensibilità epicritica. Sono rispettivamente l’integratore vestibolare e l’integratore cocleare, riconosciuti anche come l’uno somatico e l’altro linguistico. Si parlerà da un lato dell’insieme strumentale corporeo e dall’altro del sistema corticale. Quest’ultimo, eminentemente attivo, è la sede della volontà attraversata dalla coscienza.

L’integratore somatico

Il sistema neuronale che costituisce l’integratore somatico prende origine nel vestibolo, di cui si ricorda che comprende l’utricolo sormontato dai suoi canali semicircolari e, per altro verso, il sacculo che gli è connesso perpendicolarmente. Il nervo vestibolare (fig. 2), che emerge dal ganglio di Scarpa, si dirige verso la parte superiore del bulbo, il quale sovrasta il midollo spinale. Là, dopo essersi distribuito a livello di quattro nuclei, esso darà origine a vari fasci. Il primo, inferiore esterno, che emana dal nucleo di Deiters, si incammina verso il basso e si distribuisce in modo unilaterale ai muscoli del corpo situati sullo stesso lato al di sotto del collo. Questo tratto discendente è motore non volontario, come è stato precisato in precedenza. Sarà in tal modo chiamato extrapiramidale in opposizione al fascio piramidale che monopolizza da solo l’attività volontaria. Di fatto, se si ammette che l’integratore vestibolare che si mette in atto centralizza in una certa misura l’attività strumentale, di per sé passiva, se ne può dedurre che l’insieme piramidale riveste il ruolo attivo del conduttore.

[Fig. 2 — Integratore vestibolare o somatico. (1. Utricolo; 2. Canali semicircolari; 3. Sacculo; 4. Ganglio di Scarpa; 5. Nucleo di Roller; 9. F. vestibolo-spinale omolaterale; 10. F. vestibolo-spinale eterolaterale; 11. Corno anteriore; 12. Corno posteriore; 13. Radice anteriore; 14. Muscoli; 15. Articolazioni; 16. Ossa; 17. Pelle; 18. F. di Flechsig; 19. F. di Gowers; 20. Oliva bulbare; 21. Globulus; 22. Embolus; 23. Nucleo rosso; 24. F. rubro-spinale; 25. F. olivo-spinale.)]

I muscoli dell’emicorpo corrispondente al nucleo di Deiters ricevono dunque la loro innervazione vestibolare. Un ritorno sensitivo assicura loro gli aggiustamenti necessari affinché sia mantenuta una coordinazione d’insieme. A tal fine, vengono percorse due vie sensitive. L’una, che è predominante nella parte sottodiaframmatica, è specialmente riservata all’arto inferiore. Si tratta del fascio di Flechsig, il quale prende una via ascendente omolaterale e si proietta sul paleo-cervelletto. L’altra via è soprattutto distribuita nella zona sopradiaframmatica, in particolare verso l’arto superiore. Essa realizza il fascio di Gowers che si differenzia dal precedente in quanto incrocia la linea mediana del midollo per dirigersi verso l’alto in direzione del ponte, dunque oltre il bulbo. Là incrocia di nuovo la linea mediana, ridiventa in sostanza nuovamente omolaterale, terminando come il precedente a livello del paleo-cervelletto sul quale vengono raccolte le proiezioni del corpo.

Senza entrare in uno studio approfondito di questa parte dell’integratore vestibolare, alla quale converrebbe aggiungere il nucleo rosso e l’oliva bulbare, possiamo dire in breve che si costituisce un’immensa rete. Essa assicurerà la messa in atto di un’organizzazione che si completerà mediante il gioco degli altri elementi costitutivi dei tre nuclei vestibolari restanti.

Anzitutto avremo il nucleo inferiore e interno, o nucleo di Roller. Esso distribuisce fibre che, dopo aver attraversato il midollo spinale e dato origine al fascio vestibolo-spinale eterolaterale, si rivolgono ai muscoli antagonisti di quelli che dipendono dal fascio vestibolo-spinale omolaterale. Si ricorda che l’origine di quest’ultimo risiede a livello del nucleo di Deiters. Poi il nucleo superiore ed esterno, detto di Bechterev, è in realtà un relè di comunicazione tra il vestibolo e il cervelletto grazie a connessioni afferenti ed efferenti. Questa relazione diretta costituisce un elemento importante affinché il vestibolo si proietti sull’archeo-cervelletto, il quale sarà collegato al paleo-cervelletto per il tramite di una densa rete di dendriti, prolungamento delle cellule di Purkinje. Questo tessuto dendritico cerebellare è certamente uno dei principali territori sul quale si stabiliscono i collegamenti di controllo delle attività posturali. Infine un ultimo nucleo superiore e interno, quello di Schwalbe, è all’origine di due tratti ascendenti, l’uno esterno, l’altro interno, che si congiungono in parte alta nei nuclei di Thomas e di Darkschewitsch prima di prolungarsi a livello del fascio longitudinale posteriore. Nel suo tragitto discendente, quest’ultimo scaglia fibre per raggiungere i differenti nervi cranici, permettendo così che i muscoli situati al di sopra del collo siano anch’essi sotto la direzione del vestibolo.

Così tutti i muscoli del corpo sono, senza eccezione, dipendenti da questo organo. Occorre precisare che i fasci che si sono appena visti per ultimi, che emanano dal nucleo di Schwalbe e spesso designati con il nome di fasci spino-mesencefalici, stabiliscono dal basso verso l’alto una connessione nervosa con i nuclei della VIª, IVª e IIIª paia craniche, ossia con i nuclei incaricati dell’innervazione dei muscoli oculari (fig. 3). Questo apporto è di particolare importanza poiché rivela l’interferenza maggiore dell’apparato vestibolare sulla dinamica dell’occhio nella visione.

[Fig. 3 — Integratore visivo o spaziale. (1. Occhio; 2. Nervo ottico; 3. Area occipitale; 4. Corpo genicolato esterno; 5. F. tetto-spinale; 6. Nucleo del terzo paio; 7. Nucleo del quarto paio; 8. Nucleo del sesto paio; 9. F. mesencefalico; 10. Vestibolo.)]

Il fascio piramidale: il suo ruolo di «comando» nell’equilibrazione

Il gioco dell’apparato di equilibrazione consiste in sostanza nel preparare il corpo in tutte le attività legate ai movimenti così come in quelle sollecitate dalla ricerca della statica. È necessario aggiungervi un vero e proprio sistema di «comando». Questo ruolo sarà devoluto al fascio piramidale. Mi piacerebbe parlare qui dell’«integratore piramidale» che è in realtà quello della trasmissione dell’atto volontario. Esso potrebbe comprendere il fascio piramidale stesso, associato ai fasci sensitivi spino-talamici diretto e crociato grazie ai quali il controllo dell’atto verrà eseguito.

Così l’insieme dei tratti di un «integratore» acquista tutto il suo senso. Esso definisce il territorio neuronale costituito dalla funzione. Questo approccio, che risponde a una realtà operativa, è più facile da cogliere di quanto non lo sia l’enumerazione sistematica dei nervi secondo la descrizione classica priva di ogni visione globale. Concepiamo, in effetti, che sia una concezione pratica quella di affrontare il sistema nervoso sotto un aspetto per cui la funzione viene presa come supporto della nostra indagine. Essa ci conviene tanto più in quanto risponde perfettamente all’elaborazione di ciascuno degli stadi che permettono all’uomo di varcare le differenti tappe dell’evoluzione affinché un giorno si instauri in lui una relazione profonda con il Logos.

L’integratore linguistico

È proprio in questo momento preciso, in cui il linguaggio detiene tutti i suoi diritti e in cui, per suo tramite, il mondo comincia a esistere sotto l’angolatura mediatica, che l’integratore linguistico si impone nella nostra esposizione. Si ricorda che esso viene presentato anche sotto la rubrica di integratore cocleare. L’importanza di questa nuova rete è considerevole poiché, grazie ad essa, il linguaggio umano può sbocciare e raggiungere l’ampiezza che conosciamo. Esso perfeziona l’acquisizione della verticalità, senza la quale la facoltà di parlare inerente all’uomo non riuscirebbe a elaborare le funzioni indispensabili a quell’atto del parlare che gli è tanto specifico.

La coclea è annessa al sacculo, come abbiamo già segnalato. Essa rappresenta l’ultimo anello apparso nell’evoluzione delle strutture dell’orecchio interno. Essa trasforma il corpo umano in un’antenna non solo in ascolto, ma ancora vibrante, risonante. Per suo tramite, esso diventa lo strumento essenziale della parola che modulerà sulla musica di ciascuna lingua.

Dalla coclea, nella sua parte interna, scaturiscono le fibre raccolte a livello della membrana basilare e raggruppate sotto forma del ganglio di Corti situato al centro della chiocciola cocleare, nota con il termine di columella. Il nervo cocleare nasce dopo questo relè gangliare e si dirige verso la parte alta del bulbo, in cui penetra allo stesso livello in cui lo fa il nervo vestibolare. Là dei nuclei lo ricevono e fungono da relè; essi sono in numero di due. L’uno anteriore è detto ventrale, mentre l’altro, situato posteriormente, porta il nome di dorsale. Da ciascuno di questi due nucleus partono due fasci. Il più importante di essi attraversa orizzontalmente la linea mediana e va a raggiungere il suo omologo sul lato opposto. L’altro, ascendente, partecipa alla costituzione del lemnisco laterale con le fibre provenienti dai nuclei ventrale e dorsale, che emanano dal nervo cocleare dell’altro orecchio. Così due fasci si elevano verso i relè successivi, che essi raggiungono a livello del talamo nella sua parte posteriore detta pulvinar (fig. 4). Sono costituiti ciascuno di fibre omolaterali per due quinti e di fibre eterolaterali per i tre quinti restanti. Come si vede, i due lemnischi laterali stabiliscono un ponte gettato tra la parte alta bulbare e la parte encefalica talamica.

[Fig. 4 — Sistema cocleare. (1. Coclea; 2. Nucleo cocleare dorsale; 3. Nucleo cocleare ventrale; 4. Nastro di Reil laterale; 5. Corpo genicolato interno; 6. Talamo; 7. Circonvoluzione di Heschl.)]

Da questo terzo relè, dei tratti nervosi si dirigono verso la prima circonvoluzione temporale detta di Heschl (fig. 5). È l’arrivo del nervo cocleare sulla zona 41, luogo di proiezione della coclea stessa, là dove comincia la decodifica. L’informazione così raccolta a questo livello dovrà passare nella zona 21 sottostante per esservi riconosciuta, il che implica che essa sia stata immagazzinata in precedenza. Per procedere a questa messa in riserva, la zona temporale 22 situata immediatamente al di sotto della precedente svolge il ruolo di serbatoio. Il suo nome è del resto molto suggestivo a questo riguardo; in effetti, essa fu chiamata nel 1870 da un seguace di Broca, Charlton Bastian, la zona della memoria nominativa.

[Fig. 5 — Area uditiva. (1. Lobo temporale; 2. Area 41 (sensoriale); 3. Area 42 (gnosica); 4. Area 22 (motrice).)]

Non è tutto, poiché l’estensione di quest’area mnemonica non si limita alla zona 22 stessa. Il suo territorio è in verità immenso. Per questo essa è capace di immagazzinare un numero considerevole di informazioni, di inventariarle, di stilare le liste delle somiglianze e delle dissomiglianze. Ed è tanto più efficace in quanto la sua attività si manifesta su un registro particolare. In effetti, contrariamente alle due zone che la precedono e che sono essenzialmente di natura sensoriale, essa dal canto suo risponde alle caratteristiche delle zone motrici extrapiramidali. Ciò significa che il suo intervento sarà di grande importanza. Essa ha effettivamente un’influenza su tutta la rete cerebrale extrapiramidale alla quale è connessa e che lavora di concerto con l’integratore vestibolare. Si ricorda che quest’ultimo è il fondamento stesso di un’enorme rete somatica, il che significa chiaramente che ogni informazione sonora avrà la sua corrispondenza corporea. Aggiungiamo a ciò che ogni musica determinerà la sua azione elettiva su questa o quella parte del soma, e che il linguaggio dal canto suo sarà realmente incarnato, «incorporato».

Le vie che l’area nominativa impiega per diffondersi cominciano dal fascio di Turck-Meynert (fig. 6) che conduce ai nuclei del ponte. Da lì, una proiezione si effettua a livello del neo-cervelletto situato sul cervelletto opposto. Di passaggio, segnaliamo che la rete dendritica delle cellule di Purkinje raccoglie qui le informazioni trasmesse alle zone del paleo e dell’archeo-cervelletto. Così il vestibolo controlaterale viene informato. Dalla proiezione sull’area del neo-cervelletto, il circuito avviato prosegue in direzione del nucleo dentato e lascia allora il cervelletto. Dopo quest’ultimo relè, il cammino prosegue verso il talamo, che esso aborda nella sua parte centrale e che attraversa per diffondersi letteralmente su tutto il cortex extrapiramidale. Ciò significa che esso raggiunge un territorio importante tanto sull’area frontale davanti all’area piramidale quanto sull’area parietale dietro la circonvoluzione parietale ascendente. Quest’ultima è destinata a raccogliere la sensibilità epicritica dell’integratore piramidale, che è, si ricorda, quello del comando volontario.

[Fig. 6 — Circuito Cortex-Ponte-Cervelletto-Talamo-Cortex. (1. Area 22 (motrice); 2. Fascio di Turck-Meynert; 3. Nucleo del ponte; 4. Neo-cervelletto; 5. Nucleo dentato; 6. Rete di Purkinje; 7. Nucleo rosso (neo-rubrica); 8. Talamo; 9. Proiezione corticale e ritorno verso il ponte; 10. Corpo calloso.)]

Infine, da questo vasto insieme di regioni sollecitate dall’informazione sempre alimentata dall’attività della zona temporale 22, dei filamenti ricorrenti ridiscendono staccandosi da ciascuno dei punti di arrivo dei fasci talamo-corticali, in direzione dei nuclei del ponte. Di nuovo, da questi relè, il tragitto neuronale riprende la sua corsa verso il neo-cervelletto, creando così il grande circuito denominato «cortico-ponto-cerebello-dentato-talamo-corticale». Grazie a questo circuito, la memorizzazione si costituisce con un radicamento tanto più profondo in quanto, ad ogni compimento di un giro di questo lungo periplo, l’informazione primitivamente raccolta per il tramite di un filamento nervoso che emana dal nucleo dentato scaglia un’iniezione al nucleo rosso. Quest’ultimo entra allora in relazione con i fasci vestibolari che, attraverso le radici anteriori del midollo, possono così distribuirsi a tutti i muscoli del corpo. Questi ultimi sono per questo motivo impregnati di una memoria certa.

Questo percorso nel dedalo di una neurologia funzionale rischia, a una prima lettura, di essere avvertito come qualcosa di un po’ arduo. Tuttavia pensiamo che si chiarirà man mano che le procedure di approfondimento saranno reiterate. Certo, bisogna cominciare con il localizzare i luoghi e identificarli per poter discernere ciascuno degli insiemi concernenti gli integratori che sono stati descritti. Si ricorda che queste righe sono state scritte per coloro che hanno espresso il desiderio di comprendere. Coloro che ne sono meno interessati di primo acchito possono benissimo dispensarsi dal proseguire i loro sforzi, salvo riprendere queste nozioni in seguito, quando se ne farà sentire il bisogno.

HATHA YOGA E NEUROFISIOLOGIA DELL’ORECCHIO

Allo stadio attuale, gli apporti della scienza sono tali che si è in diritto di cogliere meglio gli effetti dell’Hatha Yoga. Si possono certo verificare, ma si è spesso costretti ad accettarli per un atto di fede, senza riuscire davvero a individuare i meccanismi che presiedono alla messa in atto di questi risultati. Fortunatamente, molti misteri sussistono ancora, e altri che non ci si aspettava verranno ad alimentare la ricerca degli studiosi preoccupati dai problemi che solleva la fisiologia in generale.

Le «memorie cellulari». Il linguaggio delle asana

Arte dell’equilibrio posturale, l’Hatha Yoga ci interpella riguardo al significato stesso delle diverse asana. In realtà, si tratta di decifrare a livello del corpo il valore semantico di ciascuna di esse. In altri termini, una tale ricerca non può essere realmente intrapresa se non quando si ammette che il soma ha immagazzinato in qualche luogo delle memorie, che le ha raccolte con un’intelligenza sottile fino a ingrammarle, ossia fino a conferire loro la forma di un discorso. Si può evocare un linguaggio apparentemente non verbale che in realtà non chiede altro che prendere forma di parola grazie al substrato vestibolo-cocleare. Si tratta in sostanza di un assorbimento linguistico corporeo in uno dei casi e di una verbalizzazione delle memorie somatiche nell’altro.

In assenza di una dialettica tra queste due polarità, si corre il rischio di vedere instaurarsi fissazioni psicosomatiche nelle quali la dinamica relazionale a livello di questi due poli si riduce progressivamente. Essa giungerà fino a esprimersi in alterazioni patologiche significative, anch’esse semanticamente significanti, ma sul modo di un metalinguaggio spesso non compreso. Quanto al rifiuto puro e semplice di concepire un tale impegno nel quale il corpo diventa il ricettacolo di questo discorso segreto, esso conduce ineluttabilmente all’alienazione che comincia, come si vede, con la soppressione della comunicazione con se stessi.

Le asana sono dialoghi in profondità da cui emergono, con il passare del tempo, cristallizzazioni di queste memorie integrate nel più profondo dell’anima cellulare. Esse esigono, per essere eseguite, al tempo stesso un abbandono volontario affinché il corpo si esprima, e una vigilanza affinata per decodificare i messaggi che esso formula. Va da sé che è necessario saper attendere, poiché non è nell’immediato che il profondo emerge e che la decifrazione corrispondente viene acquisita. Bisognerà fare i conti con il tempo e non temere di incontrare seriamente questo corpo che si sospetta contenere ricordi etichettati come indesiderabili.

Tuttavia, ben condotto, l’Hatha Yoga incammina colui che vi si dedica, combinando rilassamento e coscienza, verso la scoperta del dialogo tra il suo corpo, che riuscirà a plasmare, a scolpire fino a percepirlo come un’antenna ricevente, e il Creatore di tutte le cose che lo invita a partecipare al favoloso spettacolo dell’Universo.

Ci piacerebbe proseguire un tale sviluppo, tanto gli accostamenti tra l’Hatha Yoga e la neurofisiologia dell’orecchio interno sono correlati. Senza eccedere troppo lo spazio che ci è assegnato in questo articolo, diciamo qualche parola sull’insieme cocleo-vestibolare. Tenteremo nello stesso tempo di immaginare una postura del tutto particolare: il Loto. Degli schemi ci permetteranno di procedere a certe semplificazioni.

Organizzazione e funzionamento dell’apparato cocleo-vestibolare

[Fig. 7 — Vestibolo]

Se prendiamo l’utricolo con i suoi tre canali semicircolari (cs), insieme divenuto ormai familiare nella fig. 7, e lo guardiamo dall’alto nella fig. 8, vedremo meglio gli impianti dei cs. Fisiologicamente, le loro parti attive si manifestano nelle ampolle dove si trovano le cellule sensoriali che apprezzano lo spostamento del liquido endolinfatico circolante nei cs. La fig. 9 segna le fissazioni delle ampolle; esse sono in numero di tre: l’esterna cse, la superiore css, la posteriore csp. La fig. 10 rappresenta la proiezione di questi impianti sulla placca basale dell’utricolo, luogo in cui si ripartiscono le cellule sensoriali cigliate. La linea incurvata tracciata sulla superficie della placca utricolare è il luogo di convergenza dei flussi endolinfatici, in particolare all’emergenza dei liquidi ampollari.

[Fig. 8 — Fig. 9 — Fig. 10]

[Fig. 11]

Se si schematizzano i due utricoli rispetto alla linea mediana, si nota che, contrariamente alla concezione abituale, i due vestiboli non sono affatto paralleli. In effetti, i loro assi convergono in avanti in funzione delle piramidi petrose (fig. 11) che li contengono, formando così un angolo di 45 gradi con la linea mediana, ossia 90 gradi tra loro. Cosicché il css, sempre descritto come sagittale, è di fatto obliquo in avanti e all’interno a 45 gradi, mentre il csp, considerato di solito come frontale, si trova ad essere obliquo all’indietro e all’interno, anch’esso a 45 gradi. Da questi orientamenti risulta che ciascun css e csp di ogni lato è il parallelo non già del suo omologo, bensì del compagno di squadra di quest’ultimo.

Così i due vestiboli lavorano bene di pari passo, ma non in parallelo. Essi realizzano un vero e proprio dialogo faccia a faccia e dunque non in opposizione, ma in una relazione dialettica costruita su permanenti compensazioni e incessanti aggiustamenti.

La comparsa di ciascuno dei cs durante la progressione filogenetica deve qui trattenere l’attenzione. In effetti, il cse appare per primo negli agnati, pesci nei quali, durante gli spostamenti, le angolazioni laterali sono facilitate, probabilmente da una mobilizzazione più agevole delle loro pinne antero-laterali, primi abbozzi delle membra superiori. Il csp, il frontale dell’antica concezione, arriva per secondo e introduce l’attività della pinna postero-laterale, origine del futuro arto inferiore. Infine appare il css, detto anteriormente sagittale. Il suo ruolo sarà più specificamente destinato all’equilibrio della testa. Il termine inglese «balance» converrebbe perfettamente a illustrarne la funzione.

Nella struttura che si mette in atto manca ancora il controllo del torace e dell’addome, in sostanza del tronco. La progressione filogenetica, raddoppiata dal processo ontogenetico, illumina in modo del tutto eloquente i meccanismi evolutivi. In effetti, l’elemento primordiale da ricordare qui è la fusione iniziale che unisce la testa al torace. Così il cefalo-torace si trova ad essere la forma primitiva senza distinzione possibile tra queste due parti, in seguito così liberate l’una dall’altra. Esse resteranno nondimeno lunghe da integrare, in ciò che si è soliti designare con il vocabolo «immagine del corpo».

Si ricorda che il bambino non può, per un certo tempo, produrre un disegno che lo rappresenterebbe senza scarabocchiare un omino tutto rotondo come una sfera (fig. 12). Presto le due membra superiori scaturiranno ai lati (fig. 13). Fatto curioso, esse spuntano là dove in seguito si impianteranno le due orecchie. È vero che allora le sue mani ascoltano. È solo un po’ più tardi che due tratti verticali discendenti dalla sfera inducono a pensare che le membra inferiori abbiano preso posto nell’immagine che il bambino ha di sé (fig. 14). Infine, un bel giorno la testa si differenzia dal tronco (fig. 15).

In definitiva, non si assiste forse alla comparsa delle dipendenze affiliate ai canali semicircolari che si posizionano funzionalmente nell’ordine del programma dell’evoluzione? Tutto ci induce a pensarlo. Inoltre, questa progressione si accelera con la comparsa del linguaggio. L’induzione qui generata è considerevole e si manifesta con un’energia decuplicata.

Ma per tornare ai rapporti che si instaurano tra i movimenti e le loro componenti cocleo-vestibolari, alle quali essi sono solidali, si può dire che le asana sono sicuramente i modelli più raffinati della gestualità corrispondente alle attività ottimali dell’orecchio interno. Così ciascuna postura è la rappresentazione corporea visibile di un atteggiamento ben specifico del labirinto uditivo. Quest’ultimo resta occulto, ma esiste. È riproducibile e determina, per la sua presenza, la medesima risposta corporea.

[Fig. 12 — Fig. 13 — Fig. 14 — Fig. 15]

Linguaggio ed equilibrio: il ruolo della coclea

Abbiamo visto sommariamente come il vestibolo si disponesse con i suoi elementi primari. Resta la coclea. Arrivata per ultima, essa è caratteristica dell’orecchio dei mammiferi e trova il suo pieno impiego nell’uomo quando si dedica all’ascolto. Essa diventa il direttore d’orchestra di un’organizzazione che raggruppa tutti gli organi sensoriali allo scopo di vedere il corpo diventare un’antenna in ascolto. Abbiamo affrontato l’essenziale di questo procedimento evolutivo. È bene nondimeno che tentiamo di comprendere il ruolo della coclea, ultimo elemento apparso.

Il linguaggio, abbiamo precisato a più riprese, si impadronisce dello strumento umano. Letteralmente ghermito da questa facoltà di alto livello che gli aprirà le porte della coscienza, l’uomo si verticalizzerà. Sappiamo come vi pervenga mediante il gioco del vestibolo. In seguito si destrizzerà. È grazie all’aggiunta della coclea nella sua funzione di ascolto che queste trasformazioni fondamentali saranno rese possibili.

Quale sarà il ruolo della coclea in questa nuova progressione? Consisterà nel rilevare i suoni, ci si risponderà, e nel riconoscerne le diverse caratteristiche: intensità, timbro, modulazioni, ritmi e sequenze. È vero, ma ampiamente insufficiente. In effetti, attraverso una tale definizione di funzione corrispondente all’analisi dei suoni da parte dell’orecchio, il corpo non appare. Tutto equivarrebbe a dire che l’orecchio basterebbe a se stesso e che esso solo opererebbe. È stato detto a sufficienza in questo discorso perché si sappia che non può essere così. Il corpo partecipa per intero, così come il sistema nervoso è anch’esso sollecitato.

La facoltà di ascolto sfocia nella funzione parlata mentre si istituisce la comunicazione. Ma parlare significa suonare il corpo dell’altro. Il che implica che il locutore sappia suonare il proprio. Come riuscire a conciliare tutte le informazioni che abbiamo appena esposto, se vogliamo continuare a pensare che l’orecchio sia fatto anatomicamente di pezzi e di frammenti, che il vestibolo sia un organo dedicato all’equilibrio e che la coclea sia un tutt’altro apparato destinato all’ascolto? Basta rammentare il fatto che l’orecchio è un tutto e che, se il vestibolo offre effettivamente l’equilibrio, la coclea dal canto suo induce la verticalità indispensabile all’elaborazione del linguaggio. Il suo ruolo è essenziale perché, nell’atto della parola, il corpo stesso diventa un analizzatore di frequenze.

Beninteso, occorre un apprendimento per accordare l’orecchio e il corpo affinché lavorino insieme e siano sintonizzati sulla medesima lunghezza d’onda. La coclea è la replica corporea, mentre il corpo è una struttura sensibile, soprattutto a livello della pelle. Quest’ultima è in effetti capace, dopo un tempo di accomodamento, di procedere a riconoscimenti di frequenze. Lo farà tanto meglio quanto più la coclea la addestri a praticare risposte analogiche. In assenza di udito, questo condizionamento è più difficile da realizzare, ma è possibile pervenirvi. Si tratta qui di un mezzo assai interessante per aiutare i portatori di handicap colpiti da sordità.

La coclea è un paraboloide di rivoluzione (fig. 16). A questo titolo, se un suono complesso venisse a incontrarlo, esso si metterebbe in risonanza non già in totalità, ma su zone iso-frequenziali corrispondenti alle frequenze incluse nello spettro del suono considerato. Così il suono andrà a situarsi su una di queste parallele iso-frequenziali e sulla linea di inserzione dell’organo di Corti, di cui si sa che si sviluppa su una spirale elicoidale ascendente. Una sorta di intaglio a buccia d’arancia si profila così sulla superficie del paraboloide, determinando il punto elettivo di ciascuna frequenza.

Lo stesso vale per il corpo. In effetti, ciascun suono si distribuisce in una collocazione ben precisa che risponde a un luogo anch’esso definito. Quest’ultimo risponde, dal canto suo, a una sezione metamerica del corpo, ossia situata a livello di ciascuna delle vertebre, o più precisamente corrispondente alle differenti emergenze dei nervi vertebrali.

L’asana del Loto: un modello di riferimento

Ma torniamo al Loto, postura ideale e rappresentativa dello Yoga stesso. L’immagine di sé in questa situazione si ritrova nella classica compenetrazione di due triangoli: l’uno che discende dal «cielo», l’altro che scaturisce dalla «terra». Queste due immagini possono anche visualizzarsi pensando che ciò che sostiene le due spalle sono i muscoli dorsali ampiamente distesi, ormeggiati verso il basso sulle creste iliache e che sfociano nel vertice inferiore coperto dal sacro e dal coccige. Un secondo triangolo isoscele come il precedente, avente per base la parte esterna delle due anche, si aggancia al suo vertice all’apofisi occipitale situata nella parte posteriore del cranio. Questi triangoli avvertiti aiutano considerevolmente a regolare la postura della schiena in rettitudine. Ricordiamo che quest’ultima è difficile da integrare per mancanza di rappresentazione di zone specifiche ben sviluppate sulle aree motrici e sensoriali sul cortex frontale e parietale.

Quanto al Loto scelto come modello di riferimento, possiamo immaginare che i lati laterali del triangolo superiore in particolare siano le generatrici di un paraboloide di rivoluzione rivolto verso l’alto. Da quel momento, la colonna vertebrale ne sarà l’asse mediano. L’apertura dell’angolo al vertice sarà variabile in funzione della struttura anatomica, ma anche dello stadio di evoluzione nella pratica degli esercizi yogici e particolarmente di quelli che mirano alla padronanza della circolazione delle energie. L’uomo può ora rappresentarsi come avente una base controllata a livello della base utricolare che regola l’orizzontalità della testa, delle spalle, del diaframma, delle anche, del sacro e di conseguenza del coccige. Nello stesso tempo, egli appare avvolto dal contorno del paraboloide di rivoluzione sul quale si iscrivono le righe iso-frequenziali corrispondenti a quelle determinate sulla coclea, più esattamente sulle coclee destra e sinistra.

L’uomo si trova così centrato, equilibrato attorno a un asse vestibolare verticale, immaginato come rappresentato da tre coclee (fig. 17), l’una avvolgente corporea e le altre due collocate come auricolari interni e funzionanti con un’efficacia tale che nessun auricolare materiale potrebbe rivaleggiare con essi. Senza dubbio ogni uomo realizzato è chiamato a portare in permanenza questi due auricolari aperti sul mondo degli altri e sintonizzati sull’universo di tutti. Non ci si può impedire di evocare qui lo splendido Mosè di Michelangelo, meravigliosamente drappeggiato in un involucro energetico da cui irradia una forza singolare e munito di due corna temporali svolte alla maniera di due coclee che esse simboleggiano certamente.

Il secondo triangolo isoscele, quello avente per base il bacino, può anche essere il supporto di un paraboloide di rivoluzione, rovesciato rispetto al precedente. Rivolto verso la materia, contrariamente al primo che si apre verso i cieli. Il cammino umano non sarebbe forse oscillante tra queste due polarità?

Così, lungi dal dilungarci su discorsi concernenti la dualità tra la materia e lo spirito, invitiamo il lettore a scoprire l’uomo nella sua statura fondamentale, caratteristica della sua dimensione umana, che lo rivela come il ricettacolo e l’abitazione dell’Essere. La verticalità si impone allora come una necessità, mentre si associa a una rettitudine mentale e si conforta con un equilibrio psicologico. L’uno non va senza l’altro. L’orecchio interno ci manifesta qui, sotto ogni aspetto, la sua potenza organizzatrice sotto l’impulso induttore della facoltà di ascolto. Quest’ultima permette molteplici comunicazioni, alcune delle quali situate ben al di là dei nostri concetti abituali ed entrano nel quadro di una comunione fusionale con il Cosmo per mezzo del Pensiero che, in ogni tempo, è germogliato nel cuore degli uomini ispirati.

Fonte: Alfred A. Tomatis, «Equilibrio e Yoga: il ruolo dell’orecchio interno», Revue Française de Yoga, 1991. Trascrizione dal facsimile.