La sfida dell'audio-psico-fonologia
La sfida dell'audio-psico-fonologia — conferenza inaugurale, Università cristiana di Potchefstroom (Sudafrica)
È per diversi motivi che tengo a manifestarvi il piacere che provo nell’inaugurare questo simposio.
L’opportunità di essere tra voi è senza dubbio una delle principali ragioni che motivano questa soddisfazione. Conoscete infatti il posto privilegiato che attribuiamo, mia moglie e io stesso, alle nostre amicizie e ai nostri rapporti con l’Università di Potchefstroom. Inoltre, la possibilità che mi date di esprimermi sull’oggetto di una ricerca che ha occupato quasi tutta la mia esistenza ne è un’altra, non trascurabile. Infine, il fatto di invitarmi a considerare come una sfida l’opera che si compie costituisce uno dei mezzi più sicuri per spingermi a partecipare a questo incontro.
Senza dubbio il Professor Van Jaarsveld conosceva già la mia risposta quando mi propose il titolo di questo intervento, sapendo quanto mi piaccia raccogliere e sostenere la sfida. È vero che, di mia spontanea volontà, non mi sarei concesso il diritto di impegnarmi in un simile percorso, non foss’altro perché non mi sembrava ovvio pensare che la mia attività avesse potuto essere percepita come una vera sfida.
È dunque un’illuminazione di coscienza del tutto nuova per me quella che questa richiesta ha suscitato, e gli effetti che essa doveva provocare abbastanza potenti da spingermi a precisare il mio pensiero al fine di situare da un lato l’insieme dei miei lavori rispetto alla psicologia.
Di considerarli d’altra parte nella loro dimensione pedagogica e infine di determinare il loro statuto nei confronti della sfera medica. Mi fu così data l’occasione di valutare, in una certa misura, l’apporto che queste ricerche avevano potuto comportare in diversi ambiti della conoscenza.
È evidente che io sono al tempo stesso il più indicato per enunciare ed enumerare le diverse potenzialità dell’Audio-Psico-Fonologia, scienza che mi è stato dato di elaborare di sana pianta; ma sono senza dubbio anche il peggio collocato per giudicare l’opera compiuta, essendone io stesso troppo coinvolto. Tuttavia, con l’aiuto dell’età e con l’avanzamento quotidiano in una migliore comprensione dei meccanismi che governano il psichismo, che corroborano senza sosta i risultati ottenuti, mi sembra ora possibile analizzare oggettivamente l’insieme dei lavori realizzati. Senza dubbio, in questa occasione, ogni giorno che passa mi rivela il privilegio che ho di invecchiare. Il mezzo più sicuro per raggiungere l’età matura non risiede forse nella gioia che ci è offerta di avanzare con pienezza sul cammino tracciato e nei limiti del tempo che ci è concesso di vivere? È allora che la conoscenza ci viene distribuita riguardo a tutte le cose, con una generosità tanto più larga quanto più saremo stati disponibili e capaci di ricevere per tutto donare.
La qualità della sfida risiede tanto nel fatto di introdurre un impatto nuovo, inatteso, insolito, che disturba o quanto meno modifica l’ordine stabilito, quanto nella necessità di sostenere lo sforzo per una lunga durata nel corso della quale le evidenze si mettono in posto. È effettivamente necessario che questo impatto primo, vero e proprio impulso, sia incessantemente rivitalizzato da nuove proposte di ricerca che devono essere esse stesse rianimate in permanenza. È la legge. Ogni propagazione che voglia proseguire esige che lo sforzo iniziale sia sostenuto senza interruzione. Ognuno sa infatti che il problema di un impulso è di resistere agli effetti di smorzamento. Esso deve diffondersi nel tempo e nello spazio senza perdita di energia. Si sa anche — e ci è stato dato di constatarlo a più riprese — che ogni deviazione comporta effetti secondari che provocano rapidamente resistenze dovute all’azione dei sistemi aberranti così costruiti. Aggiungiamo che questi ultimi finiscono il più delle volte per annullarsi grazie agli effetti di interferenza che comporta la messa in funzione di questi meccanismi anomali.
Si ha spesso la tendenza ad attribuire alla sfida l’etichetta di combattimento. È vero che l’immagine non è troppo forte poiché si tratta, in realtà, di una lotta permanente condotta contro gli a priori degli uomini e poiché si tratta anche di una incessante messa in discussione delle conoscenze del momento, affinché alla fine si possa, a forza di intuizioni e di osservazioni, raggiungere il luogo stesso dove tutto è verità attraverso l’evidenza. Ma niente è tanto delicato quanto enunciare un’evidenza, poiché essa sfugge alle ipotesi e che, per questo fatto, evita ogni teoria. Essa si impone da sé, senza che alcun assioma possa intaccare la sua realtà.
A ben guardare, è vero che l’Audio-Psico-Fonologia è essenzialmente e unicamente una sfida. Da qualunque lato la si esamini, essa appare come tale. E basta penetrare nel suo universo per esserne persuasi.
Essa costituisce un’apologia dell’ascolto, dell’ascolto indotto dal linguaggio. L’ascolto si elabora infatti in modo concomitante e se c’è linguaggio al livello più elevato a cui lo situiamo, c’è per forza la sua risposta: l’ascolto. Poiché non servirebbe a nulla al Logos prendere la sua forma verbalizzata se non potesse assicurarsi di essere colto, fino a essere incarnato attraverso l’ascolto.
Solo il teologo si troverà a proprio agio di fronte a una simile formulazione, lui la cui conoscenza è costantemente sostenuta dal leitmotiv che mette in parallelo l’ascolto e la parola. Per contro, concepisco benissimo che il fatto di pretendere che il linguaggio — considerato sotto la sua forma più elaborata, cioè al livello di un vero dialogo, sia l’induttore dell’ascolto e per ciò stesso dell’orecchio con tutto ciò che esso rappresenta sul piano dell’organizzazione corticale, costituisce una sfida nei confronti delle concezioni embriogenetiche. Queste ultime parlano sì di induzioni ma le cercano negli elementi che mobilitano le attività cerebrali e che innescano reazioni di prossimità in prossimità. Tutto avviene in questo caso come se si focalizzassero in certi luoghi delle potenzialità elettive capaci di svolgere il ruolo di «organizzatori». Ma lo scienziato è restio a compiere il salto che rischia di condurlo verso «l’induttore maggiore», origine di ogni induzione. La sua razionalità lo paralizza e lo obbliga ad avanzare alla cieca, a tentoni, mentre perde la sua visione da lontano via via che l’orizzonte si allontana.
È ancora una sfida pretendere che l’ascolto conduca l’orecchio a diventare ciò che è. Eppure un’analisi nel corso del tempo, che si tratti del percorso filogenetico o del processo ontogenetico, ci rivela che l’orecchio si organizza per accedere a quella eccezionale funzione che sembra propria dell’uomo e che, in realtà, gli è attribuita affinché il Logos si esprima. Ma un simile approccio esige che si consideri di riconsiderare la fisiologia dell’orecchio e che si accetti di andare così contro le concezioni abituali. L’orecchio umano funziona infatti esattamente al contrario di ciò che se ne pensa attualmente. L’organo uditivo si mette in posto attraverso il suo vestibolo e sotto l’influenza della coclea che ve lo conduce affinché il cervello possa cogliere ogni fenomeno sonoro. Una simile prestazione richiede non solo un atteggiamento posturale ben definito ma implica anche che l’essere umano si metta in ascolto, con l’orecchio tutto aperto, cioè con tutto l’orecchio interno pronto a entrare in un’obbedienza totale nei confronti di questa funzione essenziale, invitando le sue annesse parti medie ed esterne a conformarsi a questa dimensione.
In altri termini, ascoltare è un atto di alta natura che dipende dalla funzione più elevata del cervello, chiamato a integrare ciò che il Logos gli rivela. Ciò esige che si organizzi un secondo adattamento al fine di permettere all’orecchio di acquisire questa particolare attitudine. Da quel momento, diventando un organo essenzialmente captatore, nel senso attivo del termine, esso si arricchisce di ogni informazione e al tempo stesso beneficia delle miriadi di stimolazioni che questo atteggiamento posturale gli permette di raccogliere.
È così che esso raccoglie non solo gli stimoli sonori a cui si associano le sequenze significative che sa decodificare, ma anche le stimolazioni che coordina l’insieme vestibolare del labirinto. Grazie alle risposte articolo-muscolari e ossee che quest’ultimo sa raccogliere, tutto un gioco della statica posturale antigravitaria e della dinamica cinetica dei movimenti si mette così in posto.
Se è vero che questa nuova concezione che fa dell’ascolto la funzione maggiore dell’orecchio accende e attizza l’interesse dello psicologo, non è meno vero che essa incontra molto spesso un’opposizione marcata da parte di certe specialità come l’audiologia e l’otorinolaringoiatria. Confinate da diversi decenni in dati teorici che le conducono a vicoli ciechi, queste specialità restano paradossalmente sorde al nostro approccio. Impegnata su false piste da Helmoltz fino a Von Bekesy, la fisiologia uditiva, benché si arricchisca ogni giorno di numerose conoscenze parcellari del più alto interesse, continua infatti a porre problemi senza soluzione.
Ora, la teoria che proponiamo riguardo al funzionamento dell’orecchio inverte la polarità di queste concezioni attribuendo alla conduzione ossea il primato che essa merita. Essa spiega così i risultati delle esplorazioni fatte attualmente in questo ambito. Meglio ancora, essa li giustifica rivelando la loro appartenenza a una stessa unità funzionale.
È anche una sfida pretendere davanti a dei medici che l’apparato uditivo si comporti realmente come una centrale dinamogenica. Ma non è una sfida unicamente perché non vi hanno ancora pensato? Gli zoologi, al contrario, conoscono da tempo questo effetto energetizzante dell’orecchio e sanno perfettamente che questa funzione è un fattore primordiale. La sfida risiede in realtà nella necessità di abbattere le barriere che separano due specialità, così vicine però l’una all’altra sul piano della conoscenza fisiologica.
È anche una sfida, una sfida alla linguistica, pretendere che il linguaggio, considerato nella sua funzione più elevata, quella che abbiamo denominato la «funzione linguistica», risulti essere l’induttore principale. Il linguista non ha forse infatti una strana propensione a introdurre il rapporto inverso? Per lui, il linguaggio è il frutto dell’ambiente socio-culturale. È vero che l’uomo è chiamato a denominare le cose e gli esseri, come stipula con tanta verità e poesia la Genesi. Ma la funzione locutoria che gli permette di rispondere a questo invito non è che la risposta analogica della funzione linguistica indotta essa stessa da un’intenzionalità che supera ogni intendimento. Questo superamento non sopprime affatto il valore della risposta fenomenologica e non può che inondarci di meraviglia.
Esaminata a un simile livello, la linguistica assume tutt’altro aspetto, e il linguaggio perde la sua dimensione di strumento per non essere più che una secrezione essudata da un corpo che diventa quindi lo strumento più o meno affinato della funzione linguistica.
È una sfida anche pretendere che l’orecchio sia un captatore di comunicazione che non solo integra il dire dell’altro — il che è facilmente concepibile — ma controlla anche il proprio discorso del locutore grazie all’elaborazione di un’ansa audio-vocale che fa dell’orecchio — e nel caso più favorevole, dell’orecchio destro — il regolatore di un linguaggio espresso fluidamente, controllato agevolmente in tutti i suoi parametri.
La sfida prosegue quando si afferma che, per questo gioco di differenziazione concernente l’utilizzo preferenziale di un orecchio sull’altro, si organizza una struttura dinamica interemisferica. Sconvolgendo così i concetti di lateralità fino ad allora così mal compresi e così falsamente elaborati, la nostra proposta introduce un montaggio che rivela i meccanismi dei due emi-cervelli. L’uno, l’emisfero sinistro, assicurerà le funzioni senso-motorie mentre l’altro, il destro, si aggiudicherà il controllo della buona esecuzione di questi meccanismi. Così il dialogo interemisferico assume tutt’altro significato non appena si attribuiscono agli emisferi cerebrali attività concomitanti e soprattutto complementari. Si instaura una doppia polarità che permette di centralizzare, nei casi di un alto grado di organizzazione, la totalità dell’attività sensitiva, sensoriale e motoria di tutto il corpo nel cervello sinistro e di focalizzare sul cervello destro il controllo esecutivo della totalità di questi atti.
Come si vede, i concetti generalmente portati sulla lateralità si trovano in tal modo ampiamente modificati, prendendo il linguaggio il sopravvento su tutte le altre attività che, pur presentando un grande interesse, sono relativamente minori rispetto a questa essenziale funzione. Nella nostra ottica, il corpo assume una posizione tridimensionale di fronte alla funzione locutoria. Un asse rappresenta la verticalità, quella postura così indispensabile all’elaborazione dell’atto verbalizzato. Un secondo asse garantisce la dimensione sinistra-destra e permette di misurare se l’ansa audio-vocale è dominante sull’uno o l’altro lato di questo asse. Da questa regolazione dipenderà l’ottenimento di ciò che abbiamo denominato la voce destra o la voce sinistra. Infine un terzo asse apporta la dimensione postero-anteriore. L’utilizzo del corpo considerato essenzialmente in funzione di questi tre assi rivela il modo in cui il linguaggio scorre e permette di scoprire le resistenze che si manifestano per malposizione o cattiva coordinazione.
Al vertice di questa gerarchizzazione dinamica che è la lateralità, possiamo dire allora che l’essere umano perviene a un vero stato di fusione a cui si potrebbe attribuire il nome di ambidestria per indicare che diventa abile (destro) da entrambi i lati, contrariamente allo stato di ambisinistria che indica che il soggetto è maldestro da entrambi i lati.
A partire da questi diversi dati, abbiamo potuto sostenere, a titolo di nuova sfida, che l’orecchio — beninteso sotto la guida della funzione linguistica a cui è definitivamente assoggettato — era neurologicamente all’origine dell’emergenza del sistema nervoso. Al termine delle ricerche che abbiamo intrapreso in questo ambito da più di trent’anni, abbiamo potuto mettere in evidenza l’esistenza di tre integratori: l’integratore vestibolare o somatico, l’integratore visivo o spaziale e l’integratore cocleare o linguistico (vedi documento allegato). Queste tre grandi reti neuroniche che sono al tempo stesso sensitivo-sensoriali e motorie sono messe a disposizione della funzione linguistica che si esprimerà, in tutta la dinamica gestuale e locutoria, sotto l’impulso dei fasci piramidali, veri e propri trasmettitori dell’atto volontario.
Queste diverse sfide lanciate all’indirizzo dell’audiologia, della fisiologia, della neurologia, della linguistica ci hanno portato a sboccare tutto naturalmente su ciò che è convenzione chiamare la psicologia, disciplina in cui, ci sembrava, ascolto e linguaggio occupavano un posto privilegiato. Il combattimento intrapreso non fu per questo più facile. Le tendenze psicanalitiche si adattavano male agli apporti tecnici ed elettronici che costituivano i mezzi di educazione dell’ascolto e del linguaggio. D’altronde, la scuola comportamentista respingeva senz’altro la realtà simbolica che si profilava a tutti i livelli attraverso le risonanze affettive familiari. Quanto alla psico-linguistica, restava ostinatamente ostile alle nuove concezioni che facevano della funzione linguistica l’induttore essenziale dell’umano nell’uomo.
Tuttavia, con l’ostinazione che ci caratterizza, abbiamo a poco a poco affrontato la sfera psicologica introducendo i dati che la sperimentazione e la clinica ci permettevano di raccogliere riguardo al ruolo essenziale che l’orecchio è chiamato a svolgere sul piano della comunicazione dell’essere con il suo ambiente. Questa comunicazione, fui portato rapidamente a collocarla in utero, al livello della relazione prima, della relazione del feto con sua madre. Affermando allora che la genesi dell’ascolto si istituiva nel corso della vita fetale, lanciavo una nuova sfida, la più grande senza dubbio che mi sia stato dato di sollevare, la più affascinante anche per i prolungamenti che essa deteneva sul piano morale, sul piano dell’etica umana.
È fin dallo stato embrionale che la vita si manifesta nella sua funzione linguistica perché, lo si sarà certamente compreso, questo modo di espressione è quello della vita stessa, inducendo con la sua presenza l’essere che la incarna con forza e vigore. L’embrione è un essere a pieno titolo, collegato all’ascolto fin dalla prima scintilla di vita. È ammesso oggi considerare che il feto sente fin dal quarto mese e mezzo della vita intrauterina, ma mi piace affermare che la funzione di ascolto indotta dalla funzione linguistica si istituisce ben prima di quel momento. Essa è già determinata, anzi predeterminata. Una simile asserzione ci porta a sostenere che c’è, in ogni atto che attenta alla vita, un’eutanasia, che sia pre-embrionale, embrionale o fetale.
Questa introduzione nella vita del feto in seno al grembo materno doveva d’altronde trascinarmi in nuove audacie, in una nuova galera, direi. La simbolica madre-padre diventava sempre più evidente e mentre il corpo affermava il suo radicamento carnale materno, l’immagine paterna assumeva un significato altro identificandosi, attraverso la semantica, al seme primo che partecipa, fin dalla partenza, alla scintilla di vita.
In questa prospettiva ardita, lo confesso, l’orecchio destro assumeva un senso del tutto particolare, facendo da captatore locutorio e legando così a sé la simbolica paterna come vettore in direzione dell’universo sociale mentre la madre si attribuiva la simbolica della sinistra, del passato, della voce (e non del linguaggio). Le mie diverse esperienze cliniche in questo universo non avrebbero tardato a fare della madre il simbolo del soma, della statica, della non-avanzata e perfino della fuga, mentre il padre rimaneva il simbolo del futuro, della dinamica di vita.
All’ascolto del Logos, all’ascolto dell’altro e di sé, l’orecchio sarà all’ascolto del corpo. Un ultimo volo in questo romanzo d’avventure ci permetterà di considerare le somatizzazioni al livello di un non-dialogo tra l’essere che siede in ogni individuo e il suo corpo investito della sua personalità. Là troveremo forse le origini delle malattie e riceveremo una nuova luce sulla patologia.
Il corpo infatti svolge, in ogni momento e a ogni livello, un ruolo di compensazione nei confronti delle deviazioni psicologiche. Questa valvola evita un’introduzione nel mondo psichiatrico. Meglio pagare con il corpo che con l’anima.
Questo approccio nuovo è incontestabilmente una sfida all’indirizzo della medicina abituale e un invito a modificare le strutture esistenti affinché la malattia e la sofferenza assumano tutt’altro significato rispetto a quello che è loro generalmente attribuito. Dobbiamo infatti cambiare il nostro atteggiamento per comprendere il senso della sofferenza più che le ragioni della sua esistenza, per approfondirne le cause e ricavare un insegnamento relativo a un linguaggio fino ad allora non decifrato: quello della malattia.
In questa ottica, ogni malattia d’organo apparirà come l’assorbimento da parte del corpo di una nevrosi mentre le degenerazioni maligne tradurranno fissazioni di psicosi.
Evochiamo qui dei casi estremi per colpire maggiormente l’attenzione ma possiamo anche annoverare tra tutti questi disordini psico-somatici le otiti, le angine, le vertigini di tipo Ménière, le sordità psicologiche e infine le epilessie, veri e propri auto-elettroshock che il soggetto si somministra per porre fine a un dolore troppo pregnante provocato da una profonda angoscia.
Citiamo infine le allergie che traducono, in linguaggio somatico, il dire del corpo, non attraverso la sofferenza ma attraverso una risonanza troppo grande che rende acuta la comunicazione, in una dinamica relazionale mal vissuta, in realtà troppo sentita, come l’asma, l’eczema, ecc.
Ora, è bene che ci fermiamo qui affinché finalmente, dopo questa successione di sfide che fanno parte, ve ne sarete dovuti rendere conto, di uno stesso ambito, io possa significarvi ciò che rappresenta per me l’Audio-Psico-Fonologia.
Che cos’è dunque l’Audio-Psico-Fonologia?
Come si sa, il termine «audio-psico-fonologia» è un neologismo. Fu costruito a frammenti e per tappe. Infatti, il chirurgo otologo che ero diventava, con il tempo, audiologo di ricerca. Poi mentre ero portato a occuparmi di voci professionali — i cantanti in particolare — il termine «fono» apparve e si strutturò sotto la forma di «fonologia» quando estesi il campo d’indagine al linguaggio stesso. Così l’audio-fonologia prese corpo e cominciò il suo volo.
Tuttavia, mentre il mio bisturi chirurgico si smussava e la medicina mi rivelava la sua incomprensione di fronte al senso stesso della malattia, fui portato a trascinare l’organicista che ero verso una dimensione fino ad allora sconosciuta per me, quella che si occupa dell’anima. La affrontavo senza condizionamento universitario. Mi confrontavo con la sua presenza immanente e con la sua inafferrabile materialità. La scoprivo ovunque, in ogni personaggio, in ogni individuo, vibrante e risonante con più o meno forza.
Un’osservazione oggettiva, se così posso dire, degli stati d’animo mi offrì così tanto più rapidamente il suo ricco ventaglio quanto più il suo intervento diventava evidente al tempo stesso nell’udito che doveva tramutarsi in ascolto, e nel linguaggio che svelava le sue dimensioni reali. Queste si sarebbero rapidamente manifestate traducendo gli accenti profondi dell’essere e non esprimendo gli intrecci verbalizzati di un discorso applicato e imposto dalle pressioni socio-culturali attraverso le quali ogni individuo impara a foggiare la propria maschera.
È così che ritenni opportuno e necessario sostituire il trattino grafico che univa i due termini «audio» e «fonologia» con la realtà sostanziale che poteva rappresentare l’aggiunta di «psiche». Da quel momento, l’Audio-Psico-Fonologia prendeva forma, alla maniera di una nebulosa che si densifica progressivamente prima di diventare una vera entità. Uno stato di sovrafusione si operò in me stesso in modo progressivo e comportò, a un certo momento, un processo di cristallizzazione che mi permise di scoprire gli incastri di questo approccio a diversi livelli e in molteplici ambiti.
Ci si può ben chiedere se l’Audio-Psico-Fonologia sia una scienza o se sbocchi su una filosofia. Se è una scienza, dovrà onorarsi di appartenere all’ambito della fisica per il suo approccio dei fenomeni acustici? O resterà essenzialmente solidale con la fisiologia attraverso la percezione uditiva e attraverso le conseguenze neurologiche che ne derivano? Ci si può anche chiedere se non si orienti, a giusto titolo, verso la linguistica, giocando nei suoi diversi registri con i diversi elementi del discorso, dall’analisi della qualità della voce fino alle risonanze semiologiche.
In realtà, essa è più di tutto ciò. Mira a ristabilire le norme di un’arte del vivere. È in questo che si iscrive nel quadro stesso della psicologia fino a confondersi con essa, purché si decida di dare a quest’ultima il suo vero statuto, di definire il suo campo d’indagine e di rivedere le sue frontiere. È a questo livello che vorrei precisare ciò che rappresenta per me la psicologia e ciò che considero debba essere il ruolo dello psicologo nella nostra società di oggi, affinché possiamo, in ultima analisi, ritrovarci sulla terraferma.
Per il momento, mi sembra, lo statuto dello psicologo evolve su un terreno mobile, insicurizzante, dai limiti incerti, dalle strutture inconsistenti. Non è forse vero che, da qualche decennio, la psicologia erra in vie tortuose, senza uscita, quanto meno pericolose. E più pretende di arricchirsi più si impantana. Poiché si trova impegnata in cammini oscuri, complicati a piacere, i cui prolungamenti sotterranei attaccano i fondamenti stessi della morale umana che finiscono per minare fino a distruggerli. Per di più, la dipendenza che la psicologia sembra provare nei confronti della medicina e in particolare della psichiatria rischia di farle perdere la sua identità. Essa può certo rendere servizio agli psichiatri ma non è per questo una specialità che emana dalla casta medica. Che ci siano dei medici che si siano interessati alla psicologia, è un fatto, ma la psicologia non deve per questo diventare il loro feudo.
Non verrebbe in mente a nessuno di formulare che la psicologia si ricolleghi alla fisica con il pretesto che Wundt, Helmoltz e Flechner si sono impegnati in ricerche che la riguardano. Essa è e deve restare indipendente. Ognuno può dedicarvisi apportando il proprio acquisito, il proprio percorso di spirito, i propri apprendimenti, senza per questo cambiare lo statuto e la dinamica di questa disciplina.
La psicologia deve rimanere ciò che è: lo studio dell’anima, cioè lo studio di quell’irraggiamento proprio a ogni essere che vibra in ogni individuo sotto il guscio del suo personaggio.
Quanto all’analisi dell’anima, essa non è da fare o, in ogni caso, deve essere considerata sotto un altro aspetto rispetto a quello che caratterizza attualmente i percorsi psicanalitici. I meandri di un inconscio che fatica a esprimersi da sé devono essere annoverati tra le avventure fantasmatiche dell’individuo, meno ricche e meno poetiche, è vero, delle leggende millenarie in cui miti e mitologia trovano le loro fonti.
Per contro, la messa alla luce degli schermi interposti che nascondono l’essere sottostante resta il lavoro maggiore dello psicologo. La scoperta di ciò che si chiama gli stati d’animo è la prova stessa della presenza di questi schermi che impediscono ai barlumi della coscienza di manifestarsi. E se è vero che l’anima può essere alterata o tinta, resta che l’essere in sé che essa ricopre è per definizione, per essenza, assolutamente limpido.
Il lavoro dello psicologo consiste nello scoprire queste alterazioni che contribuiscono alla creazione di un personaggio falso, dolorosamente strutturato, a disagio nella propria pelle. È allo psicologo che spetta il dovere di procedere alla rimessa in attività delle potenzialità sottostanti dell’essere, fino ad allora soffocate o mai ancora sfruttate.
Se l’approccio attuale, diagnostico diciamo, è eccellente in materia di psicologia grazie all’immenso apporto costituito dalle ricerche effettuate dall’inizio del secolo, non resta meno vero che le soluzioni curative non hanno seguito la stessa progressione. Si ha troppo la tendenza oggi a confondere gli elementi della diagnosi con quelli della terapia. Come se si pretendesse di guarire un diabete facendo tre volte alla settimana una glicemia o una glicosuria, anzi entrambe insieme.
È a questo livello che l’Audio-Psico-Fonologia assume tutta la sua dimensione. Essa offre mezzi numerosi ed efficaci per liberare l’anima dalle sue pastoie. Innanzitutto, essa apporta un elemento diagnostico importante con l’introduzione del test d’ascolto. Quest’ultimo ci rivela non solo come il soggetto sente, ma come desidera ascoltare. È il livello di sviluppo di questa attitudine che ci darà la chiave del grado di inserimento dell’umano che abita l’individuo e che orienterà tutta l’azione terapeutica ulteriore.
In seguito, l’Audio-Psico-Fonologia mette a disposizione dello psicologo dei mezzi che possiamo realmente considerare come della più grande importanza. Per arrivarci, essa si serve dell’elettronica. E perché no? Alcuni ne sono restii, altri vi trovano un’attrattiva. È beninteso in un giusto mezzo che si situa la realtà che non riveste per questo meno l’aspetto di una nuova sfida.
È infatti grazie all’elettronica che mi è stato possibile realizzare ciò che si denomina, in materia di ricerca, dei «simulatori», cioè degli insiemi capaci di funzionare alla maniera di… E mentre mi sforzavo di approfondire lo studio dei meccanismi dell’udito, mi orientavo verso la realizzazione di un «modello». Quest’ultimo non è altro che un complesso elettronico che funziona non più alla maniera di… ma come l’orecchio stesso.
Il nostro «modello» ha subito con il tempo, lo si immagina, delle modifiche via via che l’elettronica progrediva nelle sue prestazioni, ma doveva conservare nel corso degli anni la denominazione di «Orecchio Elettronico». Questo «modello» non solo sembra obbedire alle leggi che governano i meccanismi dell’orecchio, ma ha anche il potere di condurre verso un buon funzionamento ogni orecchio umano che non è pervenuto, per diverse ragioni, al compimento della sua funzione di ascolto. Esso diventa quindi un vero educatore del labirinto dando a quest’ultimo al tempo stesso le sue attitudini vestibolari e le sue dimensioni percettive cocleari.
Come si può vedere, l’Audio-Psico-Fonologia allarga così il campo d’azione proprio dello psicologo. Gli permette di rafforzare il suo impatto e di rivalorizzare il suo intervento. Il ruolo dello psicologo consiste ormai nel condurre la cura che amministra tenendo conto delle tappe che sono da superare. Al livello dell’anima, egli procede allora come fa l’ostetrico per evitare le distocie.
Il filo conduttore della cura sotto Orecchio Elettronico è sospeso alla funzione di ascolto, funzione primordiale, ontogenica e induttrice di ogni comunicazione. Essa suscita nell’essere nascente l’abbozzo del primo desiderio, quello di aderire alla vita, quella vita che gli offre la madre nella sua gravidanza. Da questo iniziale incontro che le nostre ricerche hanno permesso di esplorare con tanta felicità, tutta la genesi della relazione si istituirà, con la madre poi il padre e infine con l’ambiente socio-culturale già iscritto nella dinamica parentale.
Grazie alla cura che permette al soggetto di rivivere la filiera ontogenetica a partire dall’udito intrauterino della voce materna, lo psicologo può allora dare alla sensazione la sua dimensione di percezione e, meglio ancora, di percezione volitiva.
Si vede a che punto il ruolo dello psicologo si trova così trasformato. Diventato pedagogo dell’ascolto, sarà la guida che mostra la strada a colui che gli è affidato rivelandogli e sopprimendo gli schermi che oscurano il suo orizzonte. Gli darà così la possibilità di assumere pienamente gli ostacoli che gli riserva l’esistenza.
Vuol dire forse, sotto l’angolo di una nuova affermazione, che facciamo dello psicologo un Audio-Psico-Fonologo? Mi sembra che non possa essere altrimenti. Mi appare allo stesso modo, con sempre più certezza, che non si può accedere all’Audio-Psico-Fonologia senza essere psicologi.
Bisogna ancora precisare ciò che «psicologo» vuol dire. Essere psicologo è prima di tutto amare l’altro, essere all’ascolto della sua anima fino a sentire in essa vibrare il soffio dello spirito che vuole esprimersi; è essere dotati di una qualità intrinseca prossima a uno stato di grazia. Senza questo, non si è psicologi, anche se si hanno in tasca i più bei diplomi di università. Non c’è psicologia senza questa intelligenza del cuore e la si potrà incontrare tanto nello psicologo professionale quanto nel medico, nel linguista, nel musicista, nel pedagogo o nell’educatore.
Si può così affermare che ogni psicologo, nel senso lato del termine a cui ci siamo appena riferiti, è per definizione, per essenza, un audio-psico-fonologo. I due universi aderiscono l’uno all’altro con una tale forza, in tutti i punti e in tutti i luoghi, che risulta ben difficile, anzi impossibile dissociarli.
Ma se questa fusione diventa con il tempo sempre più evidente, si concepisce tuttavia che tutto ciò non si è fatto in un solo giorno. In ogni ricerca, bisogna saper aspettare. Ahimè, rari sono coloro che possono dar prova di una simile pazienza prima di acquisire la certezza dell’evidenza. Molti si sono impadroniti dell’Audio-Psico-Fonologia per disporne a loro piacimento e anche al loro livello di incomprensione. Hanno ritenuto opportuno innovare mentre bastava lasciarsi afferrare dai fatti per poter andare più lontano. Hanno ritenuto opportuno adattare l’Audio-Psico-Fonologia ai loro bisogni mentre conveniva conformarsi a certe leggi solidamente strutturate, per scoprire l’adattamento.
Ma fortunatamente il cammino è aperto, e alcuni che vi si impegnano meritano ampiamente il titolo di audio-psico-fonologi. Senza dubbio l’università di Potchefstroom, quella stessa che mi invita a esprimermi oggi, è di quelle che hanno contribuito così potentemente a far emergere in me la nozione di unicità che esiste tra l’Audio-Psico-Fonologia e la psicologia. Con la sua paziente attesa, con la sua lunga osservazione, con la sua prudente applicazione, l’équipe di Potchefstroom ha mostrato, nel corso degli anni, che sapeva seguire con rettitudine il cammino tracciato.
Non c’è altra osservanza che l’obbedienza a delle leggi, a delle regole che sfuggono a tutte le assiomatiche elaborate a partire da costrizioni intellettuali. Si tratta in realtà di obbedire a, o, il che è lo stesso, di mettersi all’ascolto delle leggi fondamentali che governano l’umano nell’uomo, cioè quelle stesse che permettono all’essere vibrante e vivente in ciascuno di noi di manifestarsi. Questo essere potrà così agire in tutta libertà. Potrà irraggiare senza ostacoli, senza che si interpongano colorazioni o distorsioni che operano come filtri destinati ad alterare la realtà.
Infatti, solo la creazione si esprime attraverso la potenza linguistica del suo creatore. L’uomo non saprà che esprimere ciò che si manifesta a lui, e la sua parola evocherà con tanta più fedeltà ciò che il Logos gli detta quanto più nessuna interposizione esistenziale verrà a tingere la sua espressione verbalizzata. A questo livello, e a quello soltanto, la sua espressione sarà quella di un vero dialogo, da cui scaturiranno le evocazioni dei simboli, sincronicamente scandite da un linguaggio analogico parallelamente enunciato in parabole. Ogni altro discorso, sorta di condizionamento più o meno ipnotico, si impegnerà in una dialettica di basso livello, senza aderenza con la realtà.
Certo i voli in cui vi ho trascinati volontariamente per mostrarvi l’importanza e la profondità del soggetto che abbiamo appena affrontato si esprimono attraverso risultati tangibili più prosaici, che toccano il quotidiano, i problemi di tutti i giorni, dalla semplice difficoltà scolastica fino al disturbo profondo del desiderio di vivere. Questi risultati saranno oggetto di diverse comunicazioni e lascio agli oratori che partecipano a questo simposio la cura di ricondurvi attraverso le cifre a nozioni più pragmatiche.
Vuol dire forse per questo che tutto è stato trovato e che non c’è più nulla da cercare? Lungi da me questo pensiero. Risulta che sono entrato in contatto con realtà che mi hanno aperto un vasto campo sperimentale in cui mi sono impegnato senza riserve. Ma resto persuaso che bisogna ora assicurare il ricambio e formare solide équipe per esplorare questo immenso ambito. Occorreranno sicuramente generazioni di ricercatori per scoprirne tutte le risorse. Quando si affronta un nuovo continente, se ne ignorano le ricchezze interne e sotterranee. Il tutto è essere certi di essere davvero sulla terraferma.
Tuttavia era proprio per rispondere alla nozione della sfida e della sfida che prosegue, che ho preso il problema nella sua dimensione reale, certo d’altronde che la proposta che mi era fatta, come dicevo poco fa, dal nostro amico il Professor Van Jaarsveld, aveva sicuramente un’altra risonanza in profondità, quella stessa che concerne tutto il Sudafrica. Infatti, chi meglio di un sudafricano può comprendere che cos’è la sfida?
La sua esistenza, il suo impegno, la sua fede, la sua speranza in una realtà che si avvicina all’assoluto ne sono testimonianza. Certo è facile introdurre sottilmente delle lagnanze in un percorso positivo in cerca della Vita. Ma è proprio dello spirito umano trattare con derisione ciò che dipende dall’essenza. Da millenni è così, e il «qadoch» biblico che vuole designare l’essere senza pari, fuori dal comune, il santo in qualche modo, non evoca forse al tempo stesso l’immagine dello «sciocco». I dati della pratica quotidiana così benefici nel loro insegnamento mi avranno insegnato che ogni idea positiva ci è data gratuitamente dall’assoluto con una generosità che supera il nostro intendimento, mentre i concetti negativi non germogliano mai se non sul brodo di coltura di psichismi alterati.
Eccomi arrivato alla fine dopo questo lungo discorso, cogliendo l’opportunità, innanzitutto, di ringraziarvi calorosamente per l’accoglienza così cordiale che avete riservato a mia moglie e a me stesso, in occasione di questo simposio, e di significarvi poi la mia riconoscenza per avermi permesso di sostenere nei confronti di me stesso una nuova sfida, quella di essermi espresso in inglese davanti a voi. Forse sarà in afrikaans la prossima volta.
Allegato
I tre integratori
L’insieme del sistema nervoso è intimamente collegato all’apparato uditivo da tutta una rete funzionale che comprende principalmente tre grandi vie sensitivo-sensoriali e motorie che siamo stati chiamati a scoprire nel corso delle nostre ricerche sull’orecchio e che abbiamo denominato «integratori».
Si possono distinguere:
- L’integratore vestibolare (o somatico)
- L’integratore visivo (o spaziale)
- L’integratore cocleare (o linguistico)
L’integratore vestibolare
La filogenesi e l’ontogenesi ci invitano a considerare che l’orecchio inteso come un apparato sensoriale non è in realtà che l’attributo esterno del cervello primitivo. Infatti, quest’ultimo non è altro che l’insieme dei nuclei vestibolari situati nella parte bulbo-protuberanziale dell’asse nervoso.
Questo attributo diventa l’organizzatore della relazione statica e dinamica dell’essere con il suo ambiente attraverso la sua parte vestibolare. Quest’ultima assicura la stimolazione necessaria che permette a questo cervello primitivo di essere bombardato da tanti «bit» quanti ne servono per assicurare la potenzialità ottimale di ciascuna specie.
In altri termini, ogni labirinto si comporta come una vera centrale dinamogenica e assicura con la sua presenza l’energetizzazione necessaria all’insieme del sistema nervoso.
Questo cervello primitivo, munito del suo annesso labirintico, andrà, fin dalla vita embrionale e fetale, a indurre la messa in posto di tutto il sistema nervoso. Questo aspetto ontogenetico, che il percorso filogenetico permette agevolmente di profilare, ci ha introdotto rapidamente e tutto naturalmente, posso dire, nell’universo dell’ascolto intrauterino.
Acquisendo la certezza di una percezione uditiva preesistente alla nascita, abbiamo potuto così considerare molteplici prolungamenti di ordine terapeutico.
La messa in posto della rete vestibolare permette di istituire una relazione con l’ambiente grazie a una efflorescenza di fibre efferenti vestibolo-spinali dirette e crociate e, all’aggiunta dell’archeo e paleo-cervelletto, di fibre afferenti di Fleschig e Gowers. Queste nuove formazioni cerebellari, annesse del cervello primitivo vestibolare, sono collegate a quest’ultimo dalle fibre vestibolo-cerebellari che si proiettano di ritorno attraverso il fascio tecto-vestibolare emanante dal tetto cerebellare.
L’insieme si completa con l’aggiunta di due cervelli secondari dunque meno arcaici dei nuclei vestibolari, vale a dire l’oliva bulbare e la parte centrale del nucleo rosso, compresi beninteso i loro fasci olivo-spinali e rubro-spinali. Questo insieme forma una totalità che abbiamo denominato «integratore vestibolare somatico». Esso costituisce da solo l’apparato che permette all’abbozzo dell’immagine corporea di consolidarsi mentre assicura al tempo stesso e in modo efficace, operativo, la statica e la dinamica del movimento, cioè la cinetica, nell’ambiente circostante, sia esso uterino o si riferisca al mondo esterno post-natale. Si vede come questo insieme prepari lo strumento corporeo che sarà ulteriormente attribuito al linguaggio.
L’integratore visivo
Un’aggiunta apprezzabile sarà quella che abbiamo denominato «integratore visivo» e che per un certo tempo, lo spazio di qualche milione di anni — così poco, in realtà, di fronte all’eternità — si impadronirà dell’integratore vestibolare e lo renderà dipendente. È così che l’animale deambulerà guidato visivamente. Tuttavia il labirinto rettifica in seguito questa situazione e ridiventa prevalente, obbligando l’analizzatore visivo fino ad allora dominante a mettersi al suo servizio. Fin dalla comparsa dei mammiferi, l’intervento labirintico già agente e organizzatore nel senso embriologico del termine si fa sentire. E i comandi di regolazione si operano al tempo stesso al livello delle radici anteriori del midollo e al livello bulbo-protuberanziale attraverso i fasci vestibolo-mesencefalici che comandano da quell’istante i nuclei motori della VI, IV e III paia craniche, origini dei nervi motori dell’occhio. Quest’ultima acquisizione si accompagna a una mobilità crescente dei globi oculari fino a istituire la visione binoculare negli antropoidi. Questa tappa è il frutto di un’azione potente labirintica vestibolare sull’integratore visivo. L’immagine del corpo, già abbozzata e, per questo fatto, ampiamente rafforzata, permetterà non solo all’essere di situarsi nell’ambiente circostante, ma anche di coglierlo.
L’integratore cocleare
Infine, in un’ultima tappa che risponde non a un’evoluzione, ma alla realizzazione di una struttura induttrice di alto livello — ed è alla funzione linguistica stessa che pensiamo — il labirinto vestibolare (cioè l’utricolo con i canali semicircolari e il sacculo) che opera come un giroscopio che governa l’equilibrio si vede attribuire la coclea, vero sestante che gli imporrà una posizione definita al fine di aumentare la sua efficacia e per ciò di acquisire la verticalità. Questa fa dell’uomo un’antenna — un’antenna neurologica — capace di tradurre analogicamente in funzione locutoria ciò che la funzione linguistica gli rivela. Per fare ciò, la verticalità è necessaria affinché il corpo diventi il ricettacolo senso-motorio dell’espressione verbalizzata. Affinché la parola si incarni, è necessario e indispensabile che il linguaggio sia integrato in modo motorio e sensoriale. È tutto il corpo che parla. Ma è anche lui che si imbeve, che si impregna, che memorizza. La memoria è il risultato di un’induzione psico-senso-motoria.
Con la sua comparsa nell’organizzazione — nel senso embriologico del termine — la coclea determina l’ampliazione cerebrale. Le aree extrapiramidali diventano considerevoli e proietteranno sul cervelletto contro-reazioni motorie più elaborate, attraverso i fasci temporo-ponto-cerebellari, fronto-ponto-cerebellari, parieto-ponto-cerebellari, e attraverso il loro ritorno cerebello-dentato-rubro-talamo-corticale con le contro-reazioni sensoriali attraverso i fasci spino-talamici e i fasci di Goll e Burdach. Siamo così in presenza di ciò che abbiamo denominato «l’integratore cocleare».
Attraverso quest’ultimo, il cervello è interamente connesso con il cervelletto che ci rivela così più esplicitamente il suo ruolo di luogo di relè, vera scatola di connessione che permette al labirinto di raccogliere l’insieme delle risposte somatiche direttamente proiettate o anteriormente corticalizzate. Così, arricchito dell’insieme di queste informazioni, il labirinto potrà coordinare e regolare ciberneticamente tutta la statica e la gestualità corporea spontanea o che gli imporrà la decisione dell’atto volontario per la via dei fasci piramidali.
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Fonte: Alfred A. Tomatis, «La sfida dell’audio-psico-fonologia», conferenza inaugurale del simposio di audio-psico-fonologia, Università cristiana di Potchefstroom (Sudafrica). Trascrizione dal facsimile (restauro digitale Francis Besson, 2012).